La discriminazione dei prezzi è una pratica che permette di applicare per lo stesso bene o servizio prezzi differenti per consumatori differenti.
In pratica, poniamo che un’ipotetica impresa abbia due beni da vendere rispettivamente al consumatore A e al consumatore B. L’impresa, applicando la discriminazione dei prezzi, vende i beni, ad esempio, al consumatore A a 5 € e al consumatore B a 10 €.
Ovviamente questa pratica non può essere applicata in ogni situazione e in ogni mercato. Sono necessarie
due condizioni
:
- l’impresa deve poter classificare i consumatori in base alla loro disponibilità a pagare
- non deve essere possibile effettuare l’arbitraggio.
Sono due condizioni semplici da capire, ma non altrettanto semplici da applicare nella realtà.
La prima indica che l’impresa deve essere a conoscenza di quanto i consumatori sono disposti a pagare il prodotto offerto. Questo è possibile solo attraverso indagini statistiche o prove effettive sul campo (ma questo ha senso solo se l’impresa esiste già da qualche anno e ha adottato prezzi differenti nel tempo).
L’arbitraggio invece è un meccanismo che consente a un soggetto di acquistare un prodotto e rivenderlo ad un prezzo superiore. Questo ovviamente danneggierebbe il sistema della discriminazione. Provo a chiarire il concetto con un esempio. Ritornando ai dati già utilizzati, poniamo un mercato con due consumatori, A e B. L’impresa vende il suo prodotto ad A a 5 €, mentre a B a 10 €. Se fosse possibile l’arbitraggio, A potrebbe vendere il suo prodotto a B a 8 € e questo comporterebbe un vantaggio per i due consumatori, ma rovinerebbe i piani dell’impresa e l’obiettivo che la discriminazione dei prezzi tende a raggiungere.
Esistono tre tipi di discriminazione dei prezzi. Senza dilungarci troppo nei dettagli, ve le espongo:
discriminazione di primo grado
: ogni singolo prodotto viene venduto al prezzo massimo che il consumatore è disposto a pagare (poco presente nella realtà)
discriminazione di secondo grado
: il prezzo unitario del prodotto diminuisce all’aumentare della quantità acquistata (esempio: tariffe telefoniche più vantaggiose per chi spende di più)
discriminazione di terzo grado
: l’impresa è in grado di classificare i consumatori in categorie ben distinte, in modo da applicare prezzi diversi ad ogni categoria (esempio: prezzi agevolati per studenti o anziani)
La discriminazione di terzo grado è quella più presente nella nostra quotidianità e la troviamo un po’ ovunque: biglietti di entrata ad un museo, al cinema, ai parchi divertimento, automobili con prezzi differenti in base alla zona di vendita (ad esempio il mercato italiano e quello tedesco), tariffe differenti in base al reddito e tante altre ancora.
Ma allora la discriminazione dei prezzi è una cosa buona o cattiva?
Dal punto di vista dell’impresa è senza ombra di dubbio un vantaggio in quanto gli permette di aumentare i profitti raggiungendo fascie di utenza che altrimenti resterebbero escluse. Un esempio potrà chiarire questo concetto. A e B sono i due consumatori dell’impresa, dove A è disposto a pagare il prodotto fino a 6 €, mentre B fino a 10 €. Nel caso in cui l’impresa non applicasse la discriminazione dei prezzi, potrebbe fissare il prezzo ad esempio a 6 € ottenendo un ricavo di 12 € (perchè sia A che B acquisterebbero il prodotto a 6 €), oppure fissare il prezzo a 10 € ottenendo un ricavo di 10 € (perchè in questo caso A non acquisterebbe il prodotto). Applicando invece la discriminazione di prezzo, potrebbe vendere a 6 € ad A e a 10 € a B ottenendo un ricavo di 16 € (il valore più alto di tutti!).
Dal punto di vista del consumatore il discorso diventa più soggettivo. Di sicuro la discriminazione dei prezzi ha una grande utilità sociale, in quanto garantisce di raggiungere un numero di consumatori maggiore, garantendo un determinato prodotto anche a chi altrimenti non potrebbe permetterselo. Questo però ricade sugli altri consumatori che devono sostenere un prezzo maggiore.
Davide Z.
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