Il Protocollo di Kyoto è l’unico trattatto internazionale che prevede limitazioni sulle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra, dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento del globo.
Si fonda sulla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC - United Nations Framework Convention on Climate Change) firmata a Rio de Janeiro nel 1992 durante l’Earth Summit, dove gli Stati partecipanti riconobbero l’importanza della Convenzione come un possibile trampolino di lancio per un’azione più energica in futuro.
Infatti, l’11 dicembre 1997 a Kyoto venne redatto e sottoscritto da oltre 160 Paesi il Protocollo di Kyoto, che rappresenta una vera svolta nell’impegno internazionale per il sostegno del globo.
Il Protocollo prevede che gli Stati che ratificano il trattato debbano ridurre le loro emissioni di CO2 di almeno il 5% rispetto alle emissioni del 1990, nel periodo 2008-2012.
Analizziamo meglio i dettagli.
I
gas ritenuti responsabili delle alterazioni climatiche
e le cui emissioni dovranno essere limitate sono: biossido di carbonio (CO2), metano (CH4), ossido di azoto (N20), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC), esafluoro di zolfo (SF6). In generale questi gas vengono definiti
CO2 equivalenti
.
Il paragrafo 1 dell’articolo 25 afferma che il Protocollo sarebbe entrato in vigore il novantesimo giorno successivo alla data in cui
almeno 55 Stati
avessero depositato la ratifica del trattato (si precisa che la sottoscrizione iniziale fu semplicemente un atto formale, senza alcun valore vincolante se non seguito da una successiva ratifica). Il numero di Paesi risulta sufficiente soltanto se insieme gli Stati rappresentano anche il
55% delle emissioni totali del 1990
. Questo secondo limite, a causa della mancata ratifica di Stati Uniti e Russia, ha causato un notevole ritardo dell'entrata in vigore del trattato.
Inoltre per i Paesi in via di sviluppo, ritenuti non responsabili dell’inquinamento globale al 1990, la ratifica del trattato non prevede obblighi di limitazioni delle emissioni di CO2. In pratica,
i PVS non sono tenuti a ridurre del 5% le emissioni di CO2
(rispetto ai valori del 1990) poichè non si vuole danneggiare ulteriormente quegli Stati che, a fatica, si stanno industrializzando.
Come affermavo in precedenza, il Protocollo è entrato in vigore con molto ritardo in quanto mancavano Paesi come Stati Uniti (da soli responsabili del 36,2% delle emissioni di gas serra mondiali), Russia (17,6%), Australia, Cina e India. È chiaro che senza questi Stati non sarebbe stato possibile raggiungere il 55% delle emissioni totali.
Quando il parlamento russo nel settembre del 2004 tradusse in legge quanto deciso dal governo di Vladimir Putin, i numeri necessari furono raggiunti. Il
Protocollo entrò in vigore il 16 febbraio 2005
.
Anche la Cina, l’India (ricordo però che questi due Paesi sono considerati PVS quindi non devono limitare le loro emissioni) e l’Austrialia (2 dicembre 2007) hanno ratificato il trattato.
Stati come il Kazakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, la Turchia, Città del Vaticano, San Marino e sopratutto () gli Stati Uniti non hanno ancora ratificato il trattato.
Dal punto di vista italiano, gli inerventi da fare sono molti.
L’obiettivo per l’Italia è di ridurre le emissioni di CO2 del 6,5% rispetto ai valori del 1990
(percentuale inferiore all’8% dell’Unione Europea), dove i maggiori interventi dovranno riferirsi al settore dei trasporti, che, ad oggi, è largamente dominato da trasporti su strada, e al settore della produzione termoelettrica.
In realtà, invece di diminuire, le emissioni al 2006 sono aumentate di circa il 13% (dati ENEA), costringendo ora il nostro Paese a una
riduzione del 20% di CO2 entro il 2012
. Voglio far notare che il paragrafo 2 dell’articolo 3 del Protocollo afferma che entro il 2005 i Paesi che hanno ratificato il trattato (l’Italia ha ratificato il trattato il 31 maggio 2002) avrebbero dovuto ottenere concreti progressi.
Il grosso problema italiano deriva anche dalla forte dipendenza da Stati esteri per l’approvvigionamento di energia, in quanto il 90% dell’energia consumata deriva da combustibili fossili (prevalentemente petrolio, gas naturali e carbone) non presenti nel nostro territorio.
Davide Z.
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